Più ciclisti morti per incidenti che femminicidi: perché non si parla di emergenza?

Premessa, quasi scontata ma che è meglio ribadire: ogni morte è una tragedia, specie se violenta, e l’obiettivo comune dev’essere quello di azzerarle, e guai a chi le giustifica.

Dopodiché negli ultimi mesi sentiamo spesso parlare di femminicidio come emergenza: guardiamo i dati per capire come stanno veramente le cose!

Ci viene in soccorso questo articolo di Repubblica: nel 2014 in Italia ci sono stati 152 cosiddetti femminicidi.

Ok, ora passiamo a Il Sole 24 Ore e vediamo quanti sono stati gli incidenti stradali che hanno avuto per vittime dei ciclisti, o meglio le conseguenze dei suddetti: ci sono stati 16.994 feriti e 273 morti, che per gli impallinati delle statistiche sono 121 in più pari al 79,60%.

Ancora: i femminicidi in Italia sono in calo da 13 anni, come rivela Truenumbers.

Questo per dire cosa? Non certo che il femminicidio non sia grave e orrendo, perché colpisce nella sfera degli affetti – dove una meno se lo aspetterebbe; sembra però inappropriato parlare di “emergenza”, così come lo è quando si parla di “invasione” riferendosi migranti (e fa specie vedere che chi parla di invasione tenda a sgonfiare l’emergenza e viceversa)

Di sicuro, si muore anche (e di morte violenta) pedalando lungo le strade eppure nessuno si sogna di parlare di emergenza in questo caso: non c’è un reato specifico, non c’è una proposta di Legge che chiede di costruire più piste ciclabili, non ci sono giornate dedicate né trasmissioni televisive a tema. Semplicemente quando si esce di casa per andare al lavoro in bici si deve mettere nel conto che anche stare molto attenti potrebbe non esser sufficiente per portare a casa la pelle.

Anziché introdurre nuovi reati, forse basterebbe far rispettare le Leggi esistenti; e già che ci siamo, credere un po’ meno a chi punta a fare sensazione e un po’ più ai ragionamenti fatti con la testa – la nostra testa – anziché con la pancia.

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