Doping: Riccò presto a processo, ma è già stato condannato – oltre le sue colpe

Che opinione hai di Riccardo Riccò?

Immagino..

Non ti aiuterà a fartene una migliore sapere che il Cobra di Formigine (questo era il suo soprannome quando correva, tra i tifosi: ricordi?) presto potrebbe finire a processo.

Un processo vero, alla sbarra, in tribunale. Per cosa? Cessione di sostanze stupefacenti e dopanti, naturalmente.

I fatti risalgono al giugno 2014, ossia ben dopo che – nel 2012 – lo scalatore modenese fu squalificato per 12 anni (12!). Pare infatti che Riccò abbia ceduto prodotti come EPO, CERA e Contramal a ciclisti amatoriali e non.

Disgustoso, vero?

Già, ma ancora più disgustoso – almeno secondo me – è che di tanto in tanto il ciclismo ritiri fuori il capro espiatorio del caso, giusto per tornare ad assestargli qualche pugno e continuare a credersi pulito.

Perché intendiamoci: parlare di Riccò per suscitare sdegno è facile, senza considerare che per vergogna dei suoi errori Riccardo (l’uomo) ha pensato al suicidio, e che probabilmente ha continuato a delinquere (perché tant’è) non tanto perché fosse nato “sbagliato”, quanto perché era l’unica opzione che gli era rimasta.

Quando nessuno vuole darti una seconda possibilità, perché “porti grane”, quali alternative hai?

Riccò era spaccone ed esuberante, proprio come Di Luca (che, se vogliamo, è un altro mai perdonato per il suo doping): entrambi sono finiti ai margini.

Tutto questo mentre altri campioni, o cosiddetti tali, sono stati accolti, osannati, persino santificati una volta tornati ad attaccarsi il numero sulla schiena.

Gli esempi ce li ricordiamo tutti: Ivan Basso ha vinto un secondo Giro d’Italia e oggi è un tecnico stimato, eppure era stato coinvolto in Operacion Puerto; Alberto Contador continua a essere un punto di riferimento, al punto che pare tutti si siano scordati della bistecca agli anabolizzanti che mangiò un giorno; Alejandro Valverde vince Liegi su Liegi (e non solo), ma era stato squalificato perché il suo DNA era lo stesso trovato nelle sacche del dottor Fuentes, e una storia simile – duole ricordarlo – toccò anche al compianto Michele Scarponi.

Perché loro hanno potuto cominciare una seconda vita sportiva e altri, come Riccò, no?

La sensazione è che il vero processo ai danni del Cobra sia stato già fatto, mentre con altri non si è avuto lo stesso accanimento. Ma finché nel ciclismo ci sarà questa mancanza di oggettività nel giudizio non si potrà parlare di giustizia, e la sensazione di assistere a una fiction decisa da qualcosa di diverso rispetto alla condizione fisica e al talento difficilmente potrà sparire da questo mondo..

 

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