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Coronavirus uccide (anche) i test antidoping: calo del 95% a causa della pandemia :O

È sicuramente l’ultima delle preoccupazioni che può avere il sistema sanitario vista la pressione cui è sottoposto in tempi di emergenza Coronavirus: svolgere i test antidoping sugli atleti professionisti, e chissenefrega? E come si fa, se dobbiamo applicare il distanziamento personale, non vederci, meno che mai toccarci, etc. ?

Epperò, credo io, è un problema anche questo.

Andiamo incontro a una stagione sportiva – e ciclistica nello specifico – che, se ci sarà, sarà condizionata dallo stravolgimento dei calendari:

l’atleta non è una macchina, che (nel caso del ciclismo) comincia a lavorare a gennaio per farsi trovare pronta a marzo per i primi appuntamenti della stagione, oppure fa sul serio a partire da marzo per essere nel pieno della condizione a luglio al Tour de France, e se il calendario cambia d’improvviso entra in modalità “ricalcolo” con facilità, per quanto sia seguita (specialmente ad alti livelli) da professionisti della preparazione che vantano competenze che neanche mi posso immaginare.

Anche per questo, proprio per questo, per qualcuno la tentazione di ricorrere a delle “scorciatoie” può essere allettante, o persino perfettamente razionale: ho il contratto in scadenza, vedo intorno a me un mondo che potrebbe tagliare ulteriormente i budget, vengo da un paio di stagioni sotto le aspettative, rischio di rimanere a piedi se non porto risultati e farne in un’annata tanto balorda può essere ancora più complesso.. Cià: me la gioco, o la và o la spacca, mi buco.

Dall’altra parte c’è un sistema di controllo evidentemente condizionato stavolta non tanto dalla difficoltà di raggiungere gli atleti (in altri tempi puoi fare fatica a sapere dove li trovi – per questo è nato il sistema di reperibilità ADAMS – oggi come oggi invece sei ragionevolmente certo di beccarli al domicilio), quanto di poterli testare come si dovrebbe, perché alla necessità di raccogliere campioni biologici (per loro natura da maneggiare con cautela, perché in qualche misura potenzialmente pericolosi) si aggiunge quella di doverlo fare in assoluta sicurezza, che ora vuol dire anche con mascherina o visiera protettiva (o entrambi), guanti, rispetto delle distanze e secondo protocolli ancora più stringenti.

A fronte di queste complicazioni c’è già un dato certo rivelato dall’UCI

Sappiamo quanto sia difficoltosa la lotta al doping, ma con le misure di contenimento adottate da diversi Paesi quest’attività è diventata ancora più complicata perché non è possibile effettuare i test: rispetto agli standard delle ultime stagioni, quest’anno abbiamo realizzato solo il 5% dei controlli antidoping

David Lappartient, Presidente Unione Ciclistica Internazionale

Numeri che confermano le sensazioni esternate da diversi atleti: Tom Dumoulin (Jumbo Visma), Romain Bardet (AG2R La Mondiale) e Thibaut Pinot (Groupama-FDJ), per esempio, avevano già segnalato in tempi non sospetti di non essere stati ancora sottoposti ad alcun controllo nel corso del 2020.

Si può quindi ben dire che il Coronavirus abbia ucciso (anche) i test antidoping: nel ciclismo c’è stato un crollo degli stessi nell’ordine del 95% 😱😱😱

Ora che però c’è un calendario di massima per recuperare quel che resta della stagione 2020, anche la macchina dei controlli deve trovare la strada per tornare “a regime”. In questo senso, Lappartient ha già individuato un doppio binario:

  • ripristino dei controlli antidoping nei tempi più rapidi possibili
  • ricorso a piene mani alla banca dati del Passaporto Biologico, per individuare gli scostamenti più significativi nei parametri rilevati e indirizzare i controlli verso quelle situazioni che si segnalano come sospette

Funzionerà?

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