matteo de bonis

Sul doping di Matteo De Bonis

C’è un aspetto che continua a interrogarmi, nella vicenda della positività – EPO – di Matteo De Bonis, il caso di doping che già scuote il Giro d’Italia 2021 a più di un mese dal via.

(la squadra per cui De Bonis è tesserato, Vini Zabù, è alla seconda positività negli ultimi 6 mesi: per questo – regolamento UCI alla mano – rischia uno stop da 15 a 45 giorni, che nella peggiore delle ipotesi la costringerebbe a dover rinunciare alla Wild Card ottenuta per la Corsa Rosa – e quindi alla partecipazione all’appuntamento clou dell’anno per gli sponsor e per la sostenibilità economica di questa avventura sportiva)

Nel comunicato stampa del team, così come nell’articolo de La Gazzetta dello Sport (che dei comunicati stampa, diciamolo, spesso è attenta lettrice, per usare un eufemismo), si dice che De Bonis ha incontrato la dirigenza della squadra – per spiegare e raccontare come sono andati i fatti – in compagnia del suo avvocato (e ok, me lo aspetto) e di suo padre.

Matteo è nato il 26 settembre 1995. Significa che ha 25 anni, a quell’età tanti ragazzi come lui non hanno ancora neppure cominciato a lavorare.

Matteo ha una pagina Facebook a nome di un fantomatico fan club. Dico così perché in realtà è lui stesso a postare.

Ci trovi solo cose belle: le foto dei paesaggi che ha incontrato durante gli allenamenti, i selfie con la fidanzata corredati da frasi cuoriciose, il servizio del TG1 che racconta del suo compagno di squadra improvvisatosi fattorino nel pieno della prima emergenza Covid, perché “almeno mi alleno e poi posso dare una mano a qualcuno che ne ha bisogno”.

Se passi di lì fatichi a immaginarti Matteo con un ago in vena che si inietta eritropoietina. Probabilmente da solo e di nascosto; quasi sicuramente da autodidatta.

Per l’idea che mi sono fatto io, il doping nel ciclismo entra da due strade: o te lo procura la squadra (i casi Festina, Rabobank, T-Mobile degli anni ’90 / Duemila ne sono l’emblema), oppure te lo spiegano le prime esperienze in gruppo – quando “passi” che sei un campioncino e tra i pro non riesci neanche a tenere le ruote del Gruppetto, raccontano Danilo Di Luca e Riccardo Riccò nelle loro biografie – e c’è sempre qualcuno disposto a spiegarti dove si trova e come si fa. Artigianalmente, ça va sans dire.

Io non so quale sia il percorso che ha portato De Bonis al doping e viceversa: so che indagano le autorità, magari un giorno lo verremo a sapere (più spesso no, anche perché stiamo parlando di un pesce piccolo: il suo miglior risultato è essere riuscito a finire qualche corsa minore, mai neppure piazzato, chi potrà dedicargli più di un trafiletto di spalla?).

Però so che nell’immagine di questo ragazzo che nel momento della prova più grande vuole al fianco il papà (premetto: senza con questo volerlo scagionare) io non vedo il ghigno beffardo e mefistofelico del bastardo che vuole fottere i suoi colleghi, ma solo il tentativo estremo di un giovane uomo cresciuto coltivando una passione, alimentato a pedalate e facili complimenti, che non vuole cedere all’evidenza di scoprire che era tutta un’illusione, e che anche con una vita di sacrifici e rinunce sarebbe finito presto a dover appendere la bici al chiodo e cercare lavoro in qualche catena di montaggio.

Ecco: con questo ragazzo che è stato costretto dalle circostanze a crescere troppo in fretta e con le sue difficoltà mi viene quasi da empatizzare.

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