I ruoli del ciclismo: capitano, gregario, scalatore, velocista.. Facciamo chiarezza!

Benché a qualcuno possa sembrare incredibile, persino ridicolo, il ciclismo è (anche) uno sport di squadra. Proprio per questo, al pari del calcio, del basket, del volley etc. anche il ciclismo ha dei ruoli ben definiti per ciascuno dei suoi interpreti.

Poi è vero: lo spettacolo si infiamma quando assistiamo alla sfida uomo vs. uomo. Poi è chiaro: anche un gregario può vestire (per un giorno o anche di più) i panni del capitano, come è possibile che avvenga viceversa; del resto non succede anche nel calcio che il portiere faccia gol?

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Però in partenza (anzi: alla partenza) il direttore sportivo – che è un po’ il “mister” della squadra, anche se non la allena sotto il profilo atletico (come del resto non fa neanche Guardiola al Manchester City…) – attribuisce un ruolo a ciascun ciclista, e spesso il successo della tattica di gara dipende proprio dalla capacità dei singoli di interpretare al meglio il proprio compito.

Ebbene no: il ciclismo non è lo sport dove vince chi fa girare le gambe più veloce di tutti gli altri; è molto di più!

Andiamo allora a vedere quali sono i ruoli del ciclismo, e come bisogna (o bisognerebbe..) interpretarli:

Capitano vs. Gregario

La prima e più facile distinzione che si può fare quando si parla di ruoli nel ciclismo è quella tra capitano (o capitani, se sei la Movistar) e gregari (questi sì indiscutibilmente al plurale, se no non regge).

Alle corse di ciclismo, infatti, si partecipa in 5, 6, 8 (nei Grandi Giri è così dal 2018 per ragioni di sicurezza, mentre prima erano ammessi 9 corridori per team). Addirittura l’Italia dei Mondiali 2002 – poi vinti con Cipollini – a Zolder potè schierare al via ben 12 maglie azzurre :O

Siccome le corse di ciclismo sono impegni di 5, 6, 7 ore al giorno, talvolta anche per 23 giorni di fila (compresi i due di riposo), in genere a una velocità media compresa tra i 35 all’ora quando c’è salita e i 45 facili facili nelle giornate di pianura, c’è bisogno di qualcuno che faccia le cose più faticose, o più sbattimento, per conto del capitano, che nel mentre si può “riposare”.

Andare all’ammiraglia a recuperare le borracce, i gel o qualcosa da mangiare; portare le mantelline quando piove; creare una sorta di “bolla” dove stare più tranquilli e sicuri all’interno di un gruppo che è come uno “sciame impazzito” (© Fabio Genovesi): sono tutti compiti che i gregari assolvono per il bene del loro capitano.

Non è un caso se in francese, la lingua del ciclismo (perché c’è il Tour e perché le sedi “politiche” si trovano in Svizzera), i gregari li chiamano “domestique. Praticamente la servitù.

La devozione dei gregari per la causa della squadra e per il loro capitano è totale, al punto che in caso di foratura (o guaio meccanico di altra natura) non è raro vederli cedere la propria bici al leader in modo che possa non perdere tempo, e anche quando c’è una caduta la prima cosa che fanno è vedere se il “big” si è salvato e la seconda è cercare di riportarlo in gruppo se per qualche ragione è rimasto attardato.

Più di tutto, però, i gregari “tirano”. Qui tocca ancora una volta scomodare la fisica, come abbiamo già fatto parlando dei ventagli: a ruota “si sta bene” e si fa meno fatica rispetto a chi fende il vento in testa al gruppo, come spiega questo approfondimento molto tecnico.

Quindi il gregario è lì per fare fatica al posto del capitano, in modo che quest’ultimo possa arrivare fresco il più possibile e con tante energie da spendere nei momenti cruciali della corsa.

Il capitano, quindi, è lì “solo” per finalizzare: vincere la tappa o la corsa in linea, a seconda; salire il più in alto possibile nella classifica generale; lottare per le maglie e i premi delle diverse specialità.

Ma il ciclismo è un po’ più complicato di così..

Già, perché ogni ciclista ha delle caratteristiche tutte sue: c’è quello (in genere piccolo e leggero) che dà il meglio di sé in salita, il (di solito muscoloso) velocista che sfida tanti altri come lui nelle volate, quello che non aspetta altro che la cronometro, etc.

Ognuno viene investito di un ruolo da interpretare in corsa a seconda delle caratteristiche del percorso, e delle sue qualità.

Il passista

E’ molto prezioso, specialmente quando fa da gregario, specialmente in pianura.

La “trama” standard di una corsa di ciclismo infatti è che qualcuno prova a scappare dal gruppo subito dopo il via per organizzare una fuga; quando il gruppo decide che chi sta provando la fuga non è pericoloso (difficilmente potrà vincere, difficilmente cambierà la classifica, etc.), tutti si rialzano lasciando a una manciata di corridori il compito di impostare il ritmo della gara (set the pace come dicono gli inglesi), ossia di tirare sobbarcandosi il più della fatica dell’inseguimento.

Come spiegato in maniera frettolosa e un po’ grossolana nel video di Global Cycling News richiamato sopra, chi sta a ruota in seconda posizione fa il 30% della fatica in meno di chi guida in testa, il terzo ancora meno, il quarto un pochino meno ancora, etc. Per questo il gruppo si dispone spesso “a pera”, con una punta allungata di ciclisti in fila indiana e una pancia cicciotta dove tanti si affiancano.

Ecco: il passista è il picciolo di questa pera, è quello che si prende il vento in faccia lasciando gli altri al coperto, è uno che si consuma piano piano, sulla distanza, cercando di coprire al meglio grossomodo il 90% del percorso di una gara “normale” (specie di una normale gara di pianura, di quelle con l’arrivo in volata) salvo defilarsi – e spesso staccarsi – nel finale.

Il passista modello? Per esempio il tedesco Tony Martin, che al Tour de France 2019 ha tirato da solo in tantissime tappe per tutta la sua squadra, Jumbo-Visma, salvo essere stigmatizzato da Francesco Pancani in telecronaca perché “Uno che è stato campione del mondo nella specialità non può arrivare terz’ultimo in una tappa a cronometro” (la 13).

Ma se ti sei esaurito nel lavoro durante i giorni precedenti, e non hai le caratteristiche per vincere una crono come quella, che ti danni l’anima a fare, dico io?

Il cronoman

È una sottocategoria del passista, se vogliamo. Perché non tutti i passisti sono ottimi cronoman, ma tutti gli ottimi cronoman possono essere eccellenti passisti;

ed è una selezione de la crème, perché il cronoman non è soltanto un faticatore ma è un faticatore “con licenza di uccidere” – la corsa – quando si gareggia (stavolta sì) da soli, contro il tempo.

Il velocista

Mio nonno Giuseppe, Pegn per gli amici, era uno che aveva il dono della sintesi e dei velocisti diceva, lapidario, “fetenti”. Perché?

Semplice: lui che negli ultimi tempi del suo percorso quaggiù seguiva le tappe del Giro e del Tour dal principio alla fine, non sopportava che per tutto il giorno lavorassero gli altri e alla fine arrivasse questo, bellobbello, a piazzare lo sprint portando a casa la foto, gli applausi, lo spumante, il bacio delle miss..

Difficile dargli torto.

Eppure succede proprio così, e la ragione va rintracciata ancora una volta nelle leggi della fisica richiamate sopra: il velocista ha il compito di stare tutto il giorno in gruppo a “limare”, ben coperto (dal vento) per non consumare inutilmente energie, e più sarà bravo (e fortunato, cha la foratura può sempre capitare e in quel caso tocca rimboccarsi le maniche per rientrare) più avrà una riserva di cartucce di energia da spararsi alla fine per riuscire ad avere la meglio su tutti gli altri.

Il “pesce pilota”

I velocisti “puri” (ossia quelli che non sanno fare altro) hanno spesso un “treno” di 3 o 4 gregari che li porta in testa al gruppo nelle fasi decisive e li tiene al riparo fino agli ultimi 400, 200, anche 150 metri. Il penultimo vagone di questo treno viene ribattezzato “pesce pilota” perché se è vero che è il velocista a fare la volata (prendere gli applausi, il bacio delle miss, i titoli dei giornali, etc.) è altrettanto vero che c’è qualcuno che gliela prepara impostando le traiettorie giuste fino all’ultimo e spostandosi solo quando bisogna dare l’ultima “botta” in velocità.

Sono pesci pilota l’ottimo Morkov (per Viviani prima, Bennet e Cavendish poi), oppure l’italiano Guarnieri (per Demare), ma io ho ancora oggi un debole per il pesce pilota di Mario Cipollini, Giovanni Lombardi, a cui avevo visto fare azioni di un’intelligenza tattica spaventosa. Il tutto a 60 all’ora o più, su due tubolari spessi pochi millimetri.

[ARTICOLO IN AGGIORNAMENTO]

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